L’arte dell’accettarsi

Parliamoci chiaro: viviamo in un’epoca in cui tutto, compreso ciò che fino a pochi decenni fa era considerato un lusso per pochi, è accessibile a tutti. O, almeno, è quello che vogliono farci credere. “Con solo mille rate mensili potrai avere l’ultimo modello di Iphone!”. “Con un mutuo a seicento anni potrai acquistare la casa dei tuoi sogni!”. “Con la dieta adatta, il giusto esercizio fisico e i migliori prodotti (totalmente naturali eh!) sembrerai Belen Rodriguez!”.

Ma perché tutti si sentono autorizzati a dare consigli non richiesti per farci avere le chiappe d’acciaio e la pelle senza inestetismi? Per quale motivo le donne devono essere tutte delle miss dal corpo perfetto e il make up (lo dico all’americana perché fa figo) impeccabile? E soprattutto, chi ha stabilito i canoni di bellezza a cui tutte ci dovremmo adeguare?

Guardi un film d’amore e…oh! Mai che si vedano due cessi che si baciano! Come se il diritto di innamorarsi ce l’avessero solo i fighi! Sui profili Instagram della maggior parte delle donne il 90% delle foto ha come protagonista il loro culo (quasi certamente photoshoppato) alto, sodo e a cui hanno insegnato anche a parlare; il restante 10% vede immortalati pizze e panini del McDonald’s che ovviamente non mangeranno, ma che saranno usati come (falsa) prova del fisico tutto naturale regalato loro dalla generosissima madre natura.

Ora ve la dico io una cosa: madre natura è una matrigna bastarda che, appena compi i temutissimi trent’anni, ti fa comparire una bella ruga al centro della fronte, il primo capello bianco a forma di antenna e spesso quanto un tubo dell’acqua, e ti fa scendere il culo nel sottosuolo se per un giorno stai a casa sul divano!

Purtroppo, mie care colleghe vaginomunite, il tempo passa per tutti inesorabilmente, e la bellezza forzata, la spasmodica ricerca della perfezione, alla lunga diventano volgari.

Io ci ho messo davvero tanto ad accettarmi per quella che sono, è stato un percorso lungo e pieno di insidie, e non sono neanche sicura di esserci riuscita del tutto. Eh si, perché ogni tanto la vocina del mio ex imbecille che mi dice “se non dimagrisci ti lascio” si fa sentire. E si fanno sentire anche quelle di mio padre, di qualche altro parente e di qualche finto amico che mi angosciano con la frase “devi dimagrire”. All’epoca, ormai qualche anno fa, ci stavo male, ma male veramente, tanto che invece di dimagrire, ingrassavo. Che poi, a dirla tutta, ero molto giovane, ero carina, e soprattutto, non ero grassa! Quindi che cazzo andavano trovando da me?

Certo, ogni tanto mi viene da piangere nei camerini dei negozi quando sento che la ragazza accanto a me sta misurando una taglia 40, mentre io sto misurando una 46 (48 Paola, chi vuoi prendere per il culo?!). Anche io qualche volta vorrei avere il corpo di Gigi Hadid e il viso di Bianca Balti, ma solo per una settimana (facciamo due), giusto per poter provare quegli abiti meravigliosi che posso solo guardare attraverso uno schermo e per fare una pubblicità con David Gandy. Ad oggi, a chi mi chiede “perché non dimagrisci un po’?” rispondo: “Perché devo dimagrire? Perché non piaccio a te? E’ un problema tuo, io mi piaccio così.”.

Ho raggiunto una tale consapevolezza di me stessa da sapere che non devo pesare sessanta chili per essere bella, nessuna donna deve pesare sessanta chili per essere bella. La bellezza non ha niente a che fare col peso, con l’aspetto fisico in generale. Per citare il grande poeta inglese John Keats vi dirò che “La Bellezza è Verità, la Verità è Bellezza”. Ho impiegato una vita per capire questi versi, ma in effetti non potrebbero essere più chiari: non vi è nulla di più bello di ciò che è vero, e il vero è tutto ciò di cui il mondo ha bisogno.

Non dico che sia facile accettare ciò che siamo rispetto a ciò che vorremmo essere, forse non ci riusciremo mai del tutto, ma non sarebbe una cattiva idea cominciare a convincerci che ciò che pensiamo di noi stessi è molto più importante di ciò che gli altri pensano di noi.

Scusatemi se mi sono rivolta principalmente alle donne, ma il complesso meccanismo di accettazione maschile non mi è ancora del tutto chiaro.

Per il momento è tutto.

A prestissimo con nuovi disagi e nuove sfighe.

La vostra (S)figa(ta).

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Perché sei qui?

Prima di iniziare voglio fare una premessa: il mio status di persona laureata non mi fa sentire superiore a nessuno. Bene, ora possiamo iniziare.

Da prima ancora di conseguire questa beneamata laurea ho svolto ogni tipo di lavoro che la mente umana può immaginare (attività illegali escluse), ma il fondo l’ho toccato dopo la laurea, cioè circa quattro anni fa. Nel corso di questi ultimi anni le esperienze lavorative che si sono susseguite sono state molteplici e anche molto diverse tra loro, ma accomunate tutte da una piccola e martellante caratteristica: qualcuno che mi si è avvicinato con un’espressione incuriosita sul viso e che con voce candida mi ha rivolto la seguente domanda: “Ma tu sei laureata, perché sei qui?”. Perché sono qui? Ma perché io adoro alzarmi alle 4.00 del mattino per trascorrere le successive otto ore a smistare la merce da caricare sui camion! E perché penso che le scarpe antinfortunistiche siano la vera tendenza della primavera/estate 2018! E anche perché trovo che non ci sia nulla di meglio che girare mezza città con 40 gradi all’ombra per consegnare volantini e giornaletti di cui non me ne frega niente per 3 lire a fine mese! Ecco, questi sono solo alcuni esempi di risposte che mi sono venute in mente quando mi è stata rivolta questa domanda. Ma mi sono sempre trattenuta limitandomi a sfoggiare il mio più scintillante e falsissimo sorriso di circostanza, anche perché questa domanda è stata spesso fatta seguire da un’altra ancora più piacevole: “Ma non hai trovato niente nel tuo settore?” Certo! Mi è stata proposta la direzione del Louvre, ma siccome sono una ragazza umile ho preferito di gran lunga un posto da commessa con un contratto di sei ore (SEI ORE!) settimanali per provare l’ebbrezza di non riuscire a mettere neanche il pane a tavola!

Ora, chi mi conosce sa bene che sono una persona impulsiva e, quando voglio, anche parecchio sgradevole. Ma capite bene che in un contesto lavorativo non puoi rispondere a un collega, a un superiore o, peggio che mai, a un cliente con un sonoro vaff@*#§ç^, quindi immaginate la mia frustrazione nel sentirmi rivolgere queste domande idiote e non poter rispondere: “Ma secondo te, se ci fosse un’alternativa, se potessi fare un lavoro dignitoso con un contratto decente, starei qui? Secondo te, dopo che sono stata sui libri per anni, la mia massima aspirazione è fare il magazziniere o la commessa?”. Vi prego, non fraintendetemi, io nutro la massima stima e la massima considerazione per chi fa questi tipi di mestiere. Anzi, avendo lavorato in prima persona in questi settori so quanto si lavora e come si lavora e se le commesse a volte sono sgarbate hanno le loro sacrosante ragioni. Ma una persona che ha studiato per anni non immagina questo per il proprio futuro. Il contesto in cui viviamo, questa società del “chi si accontenta gode”, ci obbliga a credere che per essere felici basta avere un lavoro, uno qualunque, che ci consenta di arrivare alla fine del mese. Ma io non credo che questo discorso possa essere valido per l’intera collettività, mi rifiuto di crederlo. Il lavoro, per quanto stressante e stremante possa essere, deve rappresentare un motivo d’orgoglio, qualcosa per cui sentiamo di essere nati, qualcosa che ci faccia sentire abili, capaci e utili alla società. Un lavoro non vale l’altro.

Spero che tutte quelle persone che mi hanno rivolto quelle domande non pensassero in quel modo di farmi un complimento, o di gratificarmi per il solo fatto di essere laureata. No perché, sappiate, che chiedere a una persona perché non ha trovato un lavoro migliore non è gratificante, è umiliante. E lo è ancora di più per una persona laureata. Io sono estremamente autoironica, quindi l’ho presa sempre a ridere. Ma ci sono persone, ben più sensibili di me, che per domande del genere sono andate via piangendo.

Morale della favola: prima di parlare, soprattutto se con persone che non conosciamo, dovremmo chiederci se quello che stiamo per dire vale la pena di rompere il sacrosanto silenzio.

A prestissimo.

La vostra (S)figa(ta).

La genesi della sfiga

Chi non ha pensato, almeno una volta nella vita, “quasi quasi apro un blog”? Ma soprattutto, quanti lo hanno pensato e alla fine si sono arresi prima ancora di cominciare? Io, per tanto tempo, sono stata tra quelli che hanno pensato di farlo, ma alla fine mi chiedevo sempre: chi vuoi che ti legga? hai veramente qualcosa di sensato da dire? hai veramente qualcosa di interessante da dire? avrai mai il tempo di curare un blog? Forse non mi leggerà nessuno, o forse sì. Forse scriverò solo minchiate, o forse no. Forse scriverò solo questo post e poi più nulla, o forse no. Le risposte a tutte queste domande non le ho, probabilmente arriveranno col tempo, ma se non inizio da qualche parte non lo scoprirò mai.

Non sono una fashion/passion/food/lifestyle/hairstyle/makeup/trallallà blogger, non sono un’esperta di tendenze, non sono un’influencer ventenne senza cellulite, non sono una giornalista né una scrittrice. Non ho particolari competenze e non mi sento nessuno su questo pianeta. Né tantomeno spero che aprendo un blog io possa diventare qualcuno. Ho deciso di lanciarmi in quest’avventura perché sono arrivata ad un punto della mia vita in cui voglio avere qualcosa solo per me, che sia solo mia, con cui potermi esprimere, con cui poter sfogare, vomitare (in senso figurato) e gioire come meglio credo. Per anni mi sono sentita perseguitata dalla sfiga. Adesso ho deciso di trasformare la mia sfiga in arte.

Quindi, miei cari lettori, o cara me stessa se a leggermi ci dovessi essere solo io, nel mio piccolo mondo avrete modo di leggere di situazioni imbarazzanti (mie e non solo), di casi umani (io e non solo), di esperienze fantastiche, di momenti tristi, di polemiche e di tutte quelle piccole imperfezioni che rendono la mia vita una vita reale. Spero di farvi divertire, di regalarvi qualche spunto di riflessione, e soprattutto che voi possiate regalarne tanti a me!

A Presto e Buona lettura!

La vostra (S)figa(ta).